18. Althea

Non è una giornata come tante, sono in ospedale ma so anche di essere a casa mia, nel letto tra le coperte. È solo un sogno, credo. Vedo delle persone attorno a me. Molte indossano i camici da intervento, altre hanno abiti normali e sono sedute, aspettano. Quelle con i camici si muovono tutte insieme ed è un totale caos, sbattono le une contro le altre, cercano volti ma vengono respinte da mani insensibili. Una dottoressa si muove verso di loro, tiene le mani avanti per contenerle, ma queste la accerchiano e comincia uno scontro verbale. Sembra che la dottoressa abbia detto loro qualcosa che le ha calmate. Infatti ognuna inbocca un corridoio e ritorna la quiete.

Le altre sedute ringraziano la dottoressa con lo sguardo, per la pace instaurata. Ma un uomo sgattaiola da sotto le sedie, tutto sporco di una sostanza nera che imbratta il pavimento ad ogni passo, anche il suo volto è macchiato da più elementi che gli danno un aspetto disumano ma più si avvicina e più se ne comprende la causa. Sono lividi color del sangue e nerastri, a colpo d’occhio sembra si sia schiantato contro un muro ma senza nessun sanguinamento. La dottoressa che lo aveva visto affiorare da sotto le sedie non fa in tempo a indicargli la reception che l’uomo è su di lei e poi come arrivato scompare. La donna è distesa per terra, bloccata dalla paura. Intanto il reparto si è animato a soccorrerla. Chi ha afferrato una cornetta per chiamare un dottore, chi le si è accostata per sentirne il polso, chi le ha portato un cappotto da mettere sotto la testa. La povera donna non si capacita dell’accaduto. Si mette a sedere per terra respingendo ogni aiuto, persino al sopraggiungere del medico rifiuta ogni contatto. Si crea un capannello e tutti a chiedersi la medesima cosa:

-Che le prende?

Si alza confusa, barcollando, gli occhi stupiti di tutti puntati su di sé.

-Stai calma.

Le dice una voce all’orecchio. Si volta per guardare ma non vede nessuno. Osserva oltre il muro di colleghi, che la richiamano alla realtà, per vedere se qualcuno si muove in modo sospetto. Nessuno.

È allora che le si insinua nella mente una filastrocca stonata “Sono piccolo e qui nascosto nessuno mi vedrà, voglio girare il mondo. Presto afferra la realtà!”. In quel momento la donna apre gli occhi, non ricorda di averli chiusi. Si vede in un letto di ospedale dove un’infermiera è appena passata per il controllo. Nota la flebo, sono sali. Devo andare. È un’impulso a guidarla, a suggerirle cosa fare. Si toglie con cautela l’ago dal braccio, gira su se stessa per cercare l’armadio. “I vestiti, chi mi ha tolto i vestiti? …Non c’è tempo per pensare a queste cose, devo andare”. Si infila in tutta fretta i pantaloni e la maglia e si porta fuori dalla stanza, dal reparto, dall’ospedale. Nel parcheggio non sa più dove ha messo la macchina e decide di andare a piedi. Verso dove? si chiede.

-La libertà

Questa volta le ha sentite chiaramente. Si volta ma sa già che provengono da lei, non dalla sua bocca ma da dentro, dalla profondità del suo essere. “Sono piccolo e qui nascosto nessuno mi vedrà”. Era questo che intendeva dire, pensa la donna. Lì di fianco un ragazzino gioca col nintendo ripetendo -Bingo, bingo! Solleva lo sguardo divertito verso quello sconcertato della donna di fronte e poi lo abbassa senza cambiare espressione.

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