Althea e la voce nel silenzio

Era stata colta da un lungo sbadiglio, quella sera di fine Ottobre, davanti lo schermo del suo notebook. Guardò l’orologio da polso e aggrottò le sopracciglia. Le 22:00, ora secondo la quale sarebbe dovuta essere già al quarto sonno. Lo pensò e lo disse. – Se credi di riuscire domani nella tua presentazione, senza crollare, fai pure… ma io devo dormire. – Aveva lavorato per settimane e si sentiva pronta ma non poteva certo apparire stressata. Quegli sciacalli l’avrebbero fiutata, già messo piede fuori dal portone di casa. Doveva controllarsi, avere disciplina, non cedere. Questo era il modo migliore per raggiungere il suo obiettivo.

Si mise a letto e cercò di addormentarsi. Non le fu facile dato che ogni volta il pensiero improvvisava un nuovo scenario di come sarebbe andata il giorno seguente. I colleghi l’avrebbero attaccata. Il suo capo derisa. O peggio licenziata. O tutto insieme. Provare a prendere sonno le risultò talmente complicato che decise di rinunciare e farsi un doccia, per riordinare le idee.

Accese lo scaldino. Anche un paio di candele alla vaniglia e le piazzò sul davanzale della finestra. Si svestì e si infilò nel vano doccia. Il calore che la investì le risvegliò i sensi e la rilassò in un attimo. Assaporò ogni massaggio sulla sua pelle come donato da qualcun altro, come non fosse lei a massaggiarsi la schiena, i seni, le cosce. Quasi non si accorse di essersi cinta le braccia e i fianchi. Solo quando si prese il viso tra le mani udì dentro di lei quella voce esclamare lentamente “Non sei sola”.

Senza slegarsi dall’abbraccio, aprì gli occhi e risentì l’eco mentale di quelle parole. Solo che non le percepì più come dette da qualcosa di diverso da sé, ma come la propria eco interiore che le propagava all’infinito.

– Non l’ho sognata, l’ho sentita. La voce è qui. L’ho sentita chiaramente -. Ripeté ancora e ancora.

Si sciacquò i capelli e, preso l’accappatoio, si diresse verso la camera da letto dove rimase a osservarsi allo specchio per un tempo incalcolabile.

Quando si riebbe dalla trance si sentì infreddolita e cominciò a vestirsi con il pigiama che aveva lasciato sul fondo del letto prima di mettersi in doccia.

Ritornò in bagno per fonarsi i capelli, distratta da quel pensiero fisso che la riportava alle 3 parole che l’avevano destabilizzata. Quando finì di asciugarsi i capelli, posando nel cesto a destra del lavabo il phon, si accorse di una massa di capelli attaccata alla parete davanti a lei e sullo specchio.

Con la sola illuminazione delle candele non vide molto, ma non appena accese la luce per poco le gambe non le cedettero. Si dovette appoggiare alla parete a sinistra per non capitolare.

Sullo specchio i capelli avevano disegnato un profilo femminile, non il suo. Mentre sul muro, dove era attaccato lo specchio e a destra del profilo di donna, una mano adulta aperta, nella posa di voler intenzionalmente afferrare qualcosa. Il disegno creato con solo i suoi capelli era perfetto in ogni sua parte.

La domanda che Althea si pose tutta la notte e che la tormentò per tutta la sua mera esistenza fu: “Quale Entità è in grado di realizzare un’opera con i miei capelli senza l’uso delle mani?”

“Energia”. La volta che sentì nuovamente quella voce far capolino nel suo pensiero fu sul punto di perdere la percezione di sé stessa e abbandonarsi completamente nell’abbraccio della solitaria morte.

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